L'incubo

Era una giornata come le altre negli studi fotografici. Era tempo che i DIO rinnovassero il loro stile per l'European Tour che li aspettava. Avevano optato per un look più borchioso, escluso Erina. Lui aveva preferito tenere lo stile femminile.
Il giovane chitarrista aveva appena finito di cambiarsi, mettendosi lo splendido vestito in stile vittoriano. Si guardò allo specchio, corrucciato. In fin dei conti gli stava bene e, doveva ammetterlo, gli piaceva molto poterlo indossare. Rispecchiava quello che avrebbe voluto ma che non poteva essere. Sospirò pesantemente, lasciandosi cadere su una sedia lì vicino. Non avrebbe voluto uscire da quel camerino, ma era inevitabile.
Fuori erano tutti pronti, mancava solo Erina. Ivy guardò i compagni e decise che per il bene dell'amico sarebbe andato a chiamarlo. A volte Kei era davvero insopportabile!
Si avviò verso il camerino in questione e senza bussare aprì leggermente la porta. Fece per parlare ma qualcosa lo bloccò.
Il chitarrista era già vestito e truccato, ma non sembrava intenzionato ad uscire. Lo spiò mentre si guardava allo specchio, tastandosi lievemente il petto, lo sguardo basso. Quando però lo rialzò, intravide un ciuffo biondo nello specchio e si spaventò, girandosi di scatto. Si portò una mano alla bocca mentre il bassista entrava, un po' imbarazzato.
<< Cosa c'é? >> domandò flebilmente. Lo aveva visto? Da quanto lo osservava? Non voleva che sapesse il suo segreto.
<< Se sei pronto, iniziamo con gli scatti >> gli comunicò con un sorriso. Non voleva fare domande su quello che aveva visto, forse aveva frainteso i gesti. Erina era sempre molto riservato.
Il moro annuì, precedendolo alla porta. Il biondo, però, lo fermò prendendolo per un polso. << Va tutto bene? >> chiese, notando la tristezza nei suoi occhi.
<< Si... Andiamo, Kei sarà già abbastanza arrabbiato >> rispose a bassa voce, tentando di liberarsi.
<< Cosa stavi facendo? >> Ivy tenne la voce bassa, come se avesse timore di fare quella domanda. Lo strattonò, facendolo voltare verso di sé e spostò le mani sulle sue spalle nude. Quelle spalle stranamente lisce e piccole, per un uomo.
<< Nulla.. Perché? >> incrociò i suoi occhi e distolse lo sguardo, subito. Aveva paura che lo avesse visto, sentito, e che lo giudicasse. Non poteva permettersi di perdere anche loro. E poi non voleva vedere il disgusto in quelle iridi castane, sarebbe stato troppo. Si strinse nelle spalle, mentre un leggero brivido lo percorreva per quel leggero tocco. Chiuse gli occhi. << Lasciami, per favore.. >> mormorò piano.
Il bassista lo fissava preoccupato. Lo sentiva tremare leggermente sotto le sue mani e non riusciva a comprendere a cosa fosse dovuta quella reazione. << Erina, sicuro che sia tutto a posto? >> lo lasciò andare, mentre guardava le reazioni del suo viso. Lo vide aprire gli occhi ed annuire, poi uscì di gran fretta del camerino e lo seguì. No, c'era qualcosa di fin troppo strano nel suo comportamento. Avrebbe scoperto cosa.
Fecero quelle dannate foto ed al povero chitarrista moro sembrò durare un'eternità. Voleva andarsene da lì, andare a chiudersi in casa sua; sentiva lo sguardo preoccupato ed indagatore di Ivy sul proprio corpo, sembrava volesse vedere dentro di lui, gli dava fastidio quell'insistenza, ma al contempo... La voleva, voleva che quello sguardo fosse rivolto solo a lui, tutto e solo suo.
Finalmente finirono; Erina fu il primo a cambiarsi, troppo stanco per poter stare ancora lì. Era nervoso, aveva paura che Ivy... Non poteva davvero aver capito e non lo aveva spiato, pensava. Era un suo amico, lo conosceva, non era un tipo del genere. Si tolse quel magnifico vestito e lo ripose con cura, prendendo i suoi abiti, un paio di jeans, una t-shirt bianca ed una felpa nera, tutto senza fronzoli. Poi si sedette davanti allo specchio e prese a struccarsi, con un po' più di calma. Non doveva apparire nervoso o si sarebbero insospettiti.
Per la seconda volta in quella giornata, non si accorse che qualcuno entrava nel suo camerino e sussultò quando sentì due mani sulle spalle, di nuovo. Alzò lo sguardo sulle specchio e vide il riflesso del loro vocalist che sorrideva. << Ti do una mano? >> domandò, mentre si abbassava a mordicchiargli il collo.
Erina tremò, ma non si scostò né fece altro. Era abituato ormai da tempo a ricevere quel trattamento; aveva provato a ribellarsi ma le conseguenze erano sempre peggiori. Chiuse gli occhi, cercando di non pensare a cosa sarebbe successo di lì a pochi minuti. Quello che accadeva regolarmente, alla fine di un live, di una registrazione, di un set fotografico e di notte. Sperò che qualcuno bussasse a quella stramaledetta porta, chiunque, anche l'inserviente delle pulizie gli andava bene, Mikaru si sarebbe fermato di certo.
Sentì che girava la sedia e lo alzava, prendendolo per i fianchi. Non aprì gli occhi, non mosse un solo muscolo. << Mikaru, per favore.. No.. >> lo implorò, liberandosi a fatica dalla sua presa ed allontanandosi di un passo. Non osava guardarlo, aveva troppa paura.
<< No? Ti rifiuti? >> domandò, come a schernirlo. Lo prese nuovamente per il polso e lo avvicinò. << Tu non puoi rifiutarti >> mormorò, riprendendo a mordergli il collo.
<< Smettila, non voglio! >> lo spinse indietro, facendolo ricadere pesantemente sulla sedia. Ansimava leggermente e aveva gli occhi sgranati.
Velocemente si girò ed uscì dal camerino correndo. Non voleva più vivere quell'inferno, doveva smetterla di arrendersi a lui.
Corse fuori, ignorando le domande degli altri, corse sotto la neve, non sapeva nemmeno lui dove, forse in un posto dove non lo avrebbe trovato, in un luogo sicuro; non gli importava dove fosse, l'importante era che gli stesse il più lontano possibile.
Si allontanò velocemente dalla città, senza quasi accorgersene e quando si fermò, ansante, si trovò al limite del bosco. Non che fosse molto distante dalla città, probabilmente meno di un chilometro. Appoggiò le mani sulle ginocchia, mentre riprendeva fiato. Lì era al sicuro, Mikaru non lo avrebbe raggiunto, nessuno lo avrebbe raggiunto.
Pochi minuti dopo stava camminando nella neve, rilassandosi in quel silenzio ovattato. I suoi passi facevano gemere la neve, ancora leggera, mentre si guardava attorno. Era tutto così bianco e silenzioso che gli infondeva calma e tranquillità e si lasciò travolgere dalla bellezza del paesaggio, con un sorriso.
Il terreno era coperto da una piccola coltre di neve, soffice in superficie ma più compatta in fondo; gli alberi, per la maggior parte aghiformi, erano chiazzati di bianco, creando varie sfumature. Il cielo si intravedeva appena, ma era bianco latte, quasi si volesse fondere con la terra.
Erina camminò per un po', in silenzio, riprendendo fiato lentamente, finché tornò ad essere tranquillo e rilassato, dimentico dei problemi che lo aspettavano fuori. Arrivò in una piccola radura e si fermò a guardare: era una radura circolare, immacolata, uno di quei pochi punti in cui, alzando lo sguardo, si ha la visione perfetta del cielo.
Restò fermò per qualche minuto, incantato di quella bellezza quasi ultraterrena, quando un rumore poco dietro di lui lo fece spaventare. Si girò e sgranò gli occhi, arretrando, entrando nel cerchi. Non era possibile, come.. Come poteva Mikaru essere lì?! Come aveva fatto a seguirlo senza che se ne accorgesse?! << Mikaru.. >> sussurrò, mentre l'altro lo guardava.
Il vocaru si avvicinò lentamente al chitarrista, con lo sguardo spavaldo. << Hai osato rifiutarmi, ora pagherai le conseguenze.. >> in un attimo gli fu addosso.
Erina urlò di paura, mentre si sentiva trascinare a terra. Aveva iniziato a tremare per la paura, mentre portava le braccia a ripararsi il viso. Sentì i primi colpi raggiungerlo proprio lì, sugli avambracci, sentendo le urla dell'altro, ormai fuori di testa. Gli urlò di smetterla, che gli faceva male, ma non ebbe nessun effetto. Chiuse gli occhi, aspettando che si calmasse, ma non sembrava fosse propenso.
Mikaru infieriva sul corpo dell'altro, senza ormai capire quello che faceva. Ormai l'importante era farlo soffrire, come Erina faceva con lui. Era colpa sua se erano giunti a quel punto, colpa della sua testardaggine nel non volerlo amare. << Sei una puttana! >> urlò, mentre prendeva a strappagli via la maglia.
<< Mi.. Mikaru, ti prego... >> lo implorò gemendo di dolore sotto i colpi che gli infieriva. Si ritrovò a contatto con la fredda neve e rabbrividì, mentre chiudeva gli occhi. All'improvviso non sentì più i suoi colpi e, facendosi forza, abbassò un poco le braccia per vederlo. Troneggiava su di lui e ansimava, guardandolo con rabbia. Incontrò i suoi occhi, pregandolo silenziosamente di fermarsi.
Mikaru lo guardò e scosse la testa alla sua silenziosa richiesta. Non si sarebbe fermato, non questa volta. Doveva fargli capire chi comandava. << Dovevi pensarci prima, dannata troia.. >> si perse un attimo a guardare il corpo sottostante. Lo aveva riempito di lividi sulle braccia e sul petto; i capelli erano sparsi sulla neve, creando un dolce contrasto.
Prese una ciocca tra le dita, mentre ogni suo gesto veniva seguito dallo sguardo impaurito dell'altro. << Perché mi costringi a farti del male, Erina? >> domandò piano, passandosi quei filamenti ramati tra le dita. Erano morbidi e se li avesse annusati, ne era certo, li avrebbe trovati profumati. Scosse lentamente la testa, ormai era troppo tardi per tirarsi indietro, doveva andare fino in fondo.
Dalla tasca posteriore dei jeans prese un coltellino a serramanico e sentì la povera vittima rabbrividire.
<< Ti prego, Mikaru.. >> il chitarrista lasciò che le lacrime fossero libere di solcare il suo volto. Non poteva credere che davvero... Non lui, non Mikaru!
Gemette di dolore e paura quando con un colpa secco, gli portò le mani sopra il capo. Tremava, troppo debole e spaventato per una qualsiasi reazione; sentiva il cuore battere sempre più veloce. Chiuse gli occhi, aspettandosi il peggio.
<< Vuoi essere una donna, eh? >> lo schernì il maggiore, leccandosi le labbra. Oramai non sapeva neanche lui cosa stesse realmente facendo; era uscito di senno. Erina sgranò gli occhi, sconvolto da quella frase. Come poteva saperlo?! Era sicuro che nessuno lo avrebbe mai capito o scoperto! Eppure, al momento, quello che realmente lo terrorizzava erano le possibili azioni conseguenti. Iniziò a sperare con tutta l'anima che si fermasse.
<< Hai bisogno di qualche cambiamento, allora >> mormorò il vocaru, accarezzando con la lama, di piatto, il petto nudo, scendendo piano piano fino all'inguine. Sorrise compiaciuto quando lo sentì fremere per l'ennesima volta, dopo di che riportò il coltellino al viso.
<< Le donne hanno gli zigomi più alti >> Con uno scatto gli fece due incisioni sotto gli occhi, rossi per il pianto.
Il giovane si lamentò vocalmente e tirò indietro la testa, in un gesto istintivo. Sentì il calore del sangue scorrere verso il basso, andando a macchiare le orecchie e i suoi capelli.
Percepì la fredda lama sul collo, poi sul petto e con lentezza studiata si accorse che aveva preso a stuzzicargli i capezzoli. Gemette sommessamente di piacere, inarcando lievemente la schiena. Quel tocco lo impauriva, ma era anche dannatamente eccitante. Quella leggera pressione lo stava tormentando, facendolo impazzire.
Mikaru lo guardò inarcarsi sotto di lui e sentì che entrambi si stavano eccitando in poco. Guardò il viso sfregiato e parve rinsavire. Come aveva potuto compiere un atto simile? Lui amava Erina, ma se lo trattava in quel modo non poteva farglielo capire.
Si alzò in piedi, buttando via il coltellino. Retrocedette di qualche passo, per cadere poi sulla neve. Si mise a piangere, non credendo di essere capace di una cosa simile.
Era un mostro.
Il chitarrista si sentì libero e si decise a guardare cosa succedeva. Si issò sugli avambracci, tremando violentemente per il freddo e la paura. Anche Mikaru stava piangendo, cosa gli era preso? Notava lo sguardo vacuo e le labbra si muovevano in parole disperate, sussurrate troppo piano perché riuscisse a comprenderle. Non sarebbe riuscito ad alzarsi, così gli gattonò vicino. Non sapeva cosa dirgli, aveva ancora paura che lo picchiasse, ma sembrava innocuo, quasi gli faceva pena.
Singhiozzò appena, mentre lo abbracciava e sentiva l'altro fare lo stesso. Ora aveva l'orecchio all'altezza della sua bocca e riusciva a capire cosa diceva.
Parole, frasi sconclusionate, non avevano senso, se non nella sua testa. Liberò il viso dalle proprie mani e guardò stupito l'altro. Perché lo stava abbracciando?! Perché lo stava consolando?
<< No.. > un leggero rantolo pronunciato con rabbia, mentre lo ribaltava indietro. Non doveva comportarsi così, Erina non lo amava, perché allora non era scappato?! Lo vide tremare, nudo a contatto con la neve. Un tremore forte, che gli scuoteva tutto il corpo, quasi con violenza. Ormai era fatta, non poteva più tirarsi indietro. << Perché Erina? >> un rantolio continuo, mentre portava la mano alla propria cintola.
Il chitarrista lo osservò, spaesato. Non capiva il significato di quelle parole, ma comprendeva bene cosa volesse fargli. << Mikaru, fermati, non.. Non é troppo tardi.. >> provò, arretrando velocemente con l'aiuto delle braccia, ma un piede scivolò sul ghiaccio e permise al vocaru di fermarlo. Provò a liberarsi, scalciando forte, ma non ci riusciva. Non era mai successo che lo obbligasse così.
Mikaru si abbassò velocemente i jeans, mentre con una mano stringeva la caviglia nuda della vittima. Riuscì a portare le mani ai suoi fianchi, immobilizzandolo sotto di sé. Ghignava, ma nei suoi occhi non c'era nulla. Né pazzia, follia, né rimorso, compassione, nulla. Erano vuoti, constatò Erina.
Ormai, il chitarrista moro aveva perso le speranze che lo lasciasse andare. Provò ancora a liberarsi, scalciando e cercando di aggrapparsi al terreno.
Fu un errore.
Si rese conto all'ultimo cosa aveva fatto: si era girato su un fianco. Provò a tornare nella posizione precedente ma il cantante non si era lasciato sfuggire quell'attimo di disperazione. Velocemente lo girò del tutto, costringendolo a mettersi in ginocchio. Mentre lo teneva con un braccio per la vita, con l'altra mano si toglieva l'ultimo indumento che lo separava da quella follia.
Per un attimo i loro respiri si mischiarono, nel silenzio assoluto della radura. Erina tentò nuovamente di scappare, ma era del tutto inutile. Lo sentì prenderlo saldamente per i fianchi e sentì la sua durezza premere contro di lui. Trattenne il respiro, mentre mille e zero pensieri gli passavano per la mente. Aveva gli occhi sgranati dalla paura; era sotto shock.
Lo prese saldamente per i fianchi mentre si posizionava meglio dietro di lui. << Perché mi hai costretto a questo? >> sempre, solo un rantolio, poi lo fece.
Lo penetrò quasi con rabbia, ansimando forte, mentre lo sentiva urlare per il dolore. Si spingeva in lui, in quell'antro stretto e caldo, per poi ritrarsi, quasi uscendo da lui, strappando quella tenera carne. Lo violò nuovamente, strappandogli grida e gemiti di dolore, misti a singhiozzi e ad ansiti mal trattenuti. Si mosse velocemente dentro di lui, mentre il suo membro veniva avvolto da qualcosa di caldo che, scoprì poco dopo, era sangue.
Erina non capiva più nulla, sentiva solo il dolore, lancinante, invadere ogni più piccolo poro di se stesso. Piangeva, singhiozzava, gridava disperatamente, sperando solo che finisse presto. Sentì qualcosa di caldo scorrere sulle sue cosce e, anche senza guardare, seppe che era sangue. Provò a rilassarsi, sperando di sentire meno dolore, ma era dannatamente difficile. Lo sentiva entrare ed uscire ed ad ogni spinta corrispondeva un'ondata di dolore. Implorò il suo nome, lo implorò di uscire da lui, di smetterla, lo implorò di andarsene.
<< Perché non mi ami, Erina? >> chiese disperatamente, mentre si spingeva in lui fino in fondo. Piangeva, lacrime di rabbia, di dolore, di rimorso. Voleva solo che lo amasse, solo quello. Non aveva preteso altro!
La giovane vittima sbarrò gli occhi incredulo. Come poteva dire di amarlo? Come osava, dopo quello che gli stava facendo?! Singhiozzò più forte, senza avere più la forza di dibattersi.
Lo sentì uscire da lui e pensò, sperò che fosse finalmente finita, invece lo voltò sulla schiena. Lo guardò negli occhi, supplicandolo di fermarsi; strinse le gambe, proteggendosi da quell'invasore, ma per il vocaru fu più che facile far cedere quella debole barriera e penetrarlo nuovamente, soffocando i suoi gemiti con dei baci feroci.
Continuò a baciarlo, muovendosi prepotentemente in lui, strappandogli gemiti di paura e di dolore. I suoni gli giungevano ovattati, come se si volesse escludere dalla realtà, pensare che quello che stava facendo in realtà no, non era vero. Gli morse le labbra, facendole sanguinare, provocandogli l'ennesimo urlo. Prese a picchiarlo ancora, ferocemente, lasciandogli lividi e graffi dove poteva.
Erina urlò, portandosi le mani sugli occhi, per non vederlo. Singhiozzò forte, lasciando il corpo in sua balia, mentre le parole giuste affioravano alla sua gola. Parole menzognere, nate dalla paura e dal dolore, che aveva messo a tacere dentro di sé. Ora, invece, si stavano facendo prepotentemente largo nel suo cuore e nella sua mente e senza nemmeno accorgersene si ritrovò a gridarle. << Io ti amo, cazzo! Ti amo, Mika..ru.. >> finì la frase con forti singhiozzi, premendosi i palmi delle mani sugli occhi.
Mikaru si fermò di colpo, dentro e sopra di lui. Come.. Perché lo diceva solo ora? Perché non lo aveva detto prima? Chiuse gli occhi, gemendo piano per il fastidio. Dopo quella frase non poteva continuare a farlo, però era anche troppo tardi per fermarsi. Si mosse più delicatamente in lui, fino a quando venne con un mugolio soffocato, poi si scostò, retrocedendo e cadendo sulla neve. Guardava fisso il chitarrista, inerme sulla neve, sporca del suo sangue e del suo seme.
Vedendolo a terra, tremante e piangente, gli veniva voglia di avvicinarglisi e consolarlo, ma l'altro non si sarebbe fatto toccare da lui.
Erina si tirò a sedere, senza riuscire a trattenere le lacrime. Si sentiva umiliato, per come si era lasciato trattare, e arrabbiato, per quello che gli aveva fatto. Si raggomitolò su se stesso, sentendo dolore ma non facendosi più caso ormai. Voleva andare a casa, lontano da lui, lontano da quel posto. Restò così, sentendo lo sguardo di Mikaru che lo fissava per un po', fino a quando si fece forza e incontrò i suoi occhi. Non sarebbe riuscito ad andarsene da solo e non poteva chiamare nessuno, poiché il cellulare nella foga della lotta era finito nella neve, bagnandosi tutto e divenendo inutilizzabile. << Portami a casa >> sussurrò disperatamente, ma quel tanto velenosamente da vederlo sussultare.
Il vocaru si sorprese a quella richiesta e strabuzzò gli occhi. Non si aspettava una richiesta del genere, pensava gli avesse chiesto tutt'al più il cellulare. Restò a guardarlo sbalordito; l'altro ripeté la domanda e a quel punto annuì, piano. Prese il proprio cappotto, poco più in là dopo essersi sistemato i pantaloni, e si avvicinò lentamente al chitarrista. Lo aiutò ad alzarsi e lo coprì, poi lo prese in braccio. Per fortuna, aveva deciso di utilizzare la moto; la raggiunse e si mise in sella, insistendo coi gesti perché si sedette all'amazzone davanti a sé.
Partirono ed in breve raggiunsero il loro piccolo appartamento che, casualmente, condividevano. Lo aiutò a salire le scale ed entrare in casa, mentre lo stringeva delicatamente a sé.
Appena entrati, subito il chitarrista si staccò da lui e prese possesso del telefono. Piangeva, non riusciva a smettere, era più forte di lui. Compose il numero del suo migliore amico e, mentre sentiva il telefono suonare, si chiuse in bagno, portandosi dietro il cordless.
Il vocaru sospirò, dirigendosi in camera a cambiarsi. Era stato troppo impulsivo, sempre di più nell'ultimo periodo, ma non era riuscito a frenarsi e ora se ne pentiva. Se glielo avesse detto subito, probabilmente non sarebbero mai arrivati a quel punto. Si sdraiò sul letto sospirando e passandosi le mani sul viso teso. Non credeva ancora di essere riuscito a fare ciò che aveva fatto, era... Era incredibilmente deluso da se stesso.
Erina aspettava, seduto sul bordo della vasca da bagno; si era disfato del cappotto, buttandolo in un angolo del bagno fuori dalla sua vista e si era coperto con l'accappatoio. Sentiva la ruvida spugna sfregarsi contro i tagli ma non gli importava. Non aveva avuto neanche la forza necessaria per pulire e disinfettare le ferite, troppo stanco e abbattuto anche per quello. Passò un po' di tempo, poi sentì la porta d'ingresso sbattere e una voce chiamarlo. Lentamente si avvicinò alla porta del bagno e aprì uno spiraglio, per fargli capire dov'era. << Kei.. >> sussurrò il suo nome, tremando un po' con la voce.
Si allontanò un po' dall'entrata per permettergli di entrare, volgendogli le spalle.
<< Erina, cosa é successo? >> domandò piano, mentre si appoggiava alla porta dopo averla richiusa delicatamente. Lo guardò in attesa, senza mettergli fretta, fino a quando lo vide armeggiare con la cintura dell'accappatoio. Lo vide scendere lentamente sulle spalle e notò i primi graffi e lividi e sussultò, facendo un passo avanti, incredulo e confuso.
Il moro si voltò verso di lui e mentre le lacrime riprendevano a scorrere sul suo viso anch'esso martoriato, distese le braccia lungo il corpo, lasciando il corpo libero dalla stoffa. Teneva il capo chino, voltato di lato, troppo imbarazzato, umiliato per poterlo vedere negli occhi; tremava leggermente, per il freddo, il dolore e i martellanti ricordi.
Il biondino restò esterrefatto a quella visione, portandosi una mano alla bocca. Non riusciva a capire come poteva essersi ridotto in quello stato.
I lividi erano ovunque, una moltitudine di ematomi violacei che spiccavano sulla pelle chiara; i graffi e le piccole ferite penetravano e violentavano crudelmente la tenera carne e attorno si poteva notare del sangue raggrumato. Restò fisso per qualche secondo, incredulo, poi con un breve cenno del capo si riscosse e gli si avvicinò piano. << Cosa... Chi? >> domandò, mentre gli appoggiava una mano sulla spalla nuda. Avrebbe voluto confortarlo meglio, ma aveva paura che abbracciandolo gli facesse ancora più male.
<< Aspetta qui.. >> mormorò piano, poi con un'ultima stretta uscì alla ricerca della cassetta del pronto soccorso. Pensava, mentre cercava. Non riusciva ancora capire chi, cosa, come potesse essere accaduto. Lo aveva visto sconvolto, quando era corso via dallo studio fotografico. Pensandoci bene, poco dopo Mikaru lo aveva inseguito... Possibile che..?
Scosse forte la testa, mentre tornava in bagno. Mikaru non sarebbe stato in grado di fare una cosa simile; erano amici! Lo fece sedere piano sul water coperto, prendendo il disinfettante ed iniziando a curarlo.
Si creò un silenzio quasi imbarazzato; Erina era ancora molto scosso, non riusciva ad alzare lo sguardo sull'amico; questi gli passava piano il cotone sulle ferite, partendo dalle braccia, risalire fino alle spalle. Finì le braccia e decise di passare al viso, che era messo abbastanza male.
Lo prese tra le mani, obbligandolo a guardarlo negli occhi. Prese a passare lentamente il cotone sugli zigomi e lo sentì ritrarsi con un sibilo di dolore, involontariamente. Ci mise un po', ma alla fine disinfettò, fasciò ed incerottò tutte le ferite e graffi presenti. Fece un salto in camera a prendergli dei vestiti puliti poi lo aiutò a rivestirsi. Il tutto in totale silenzio.
<< Erina... >> sospirò, mentre lo guardava ritirarsi sul divano. Non poteva rimanere senza far nulla mentre lo vedeva deprimersi. << Erina, cosa é successo? >> domandò nuovamente, sedendosi accanto a lui.
Il chitarrista non rispose, appoggiandosi a lui e abbracciandolo. Non aveva voglia di parlarne, non se la sentiva ancora di renderlo ancor più reale... Si lasciò coccolare per un po', non riuscendo a trattenere dei lievi singhiozzi e alla fine si assopì, il viso ancora umido di lacrime, le mani strette al petto dell'amico, il suo migliore amico. Kei, quando se ne accorse, sospirò piano, accarezzandogli piano la guancia per non svegliarlo. Non lo aveva mai visto così scosso ed impaurito. Lo portò lentamente in camera sua e lo mise a letto, sentendolo mugolare piano senza svegliarsi, quindi lo lasciò solo.
Decise di cercare Mikaru, magari lui ne sapeva qualcosa di tutta quella faccenda. Provò a chiamarlo al cellulare e lo sentì squillare nella camera di fronte; quindi era in casa.
Prima che rispondesse riattaccò ed entrò in camera. << Mikaru, sai..? >> lo vide dormire e gli si avvicinò. Anche lui aveva pianto, notò sorpreso. Possibile che fosse stato davvero lui?! Lo scosse piano, chiamandolo. Voleva vederci chiaro.
Mikaru mugugnò piano e aprì piano gli occhi, mettendo a fuoco il viso del chitarrista. << Kei..? >> sussurrò, mentre si tirava sulle braccia, ancora steso di lato dalla vita in giù. Cosa ci faceva lì il biondo chitarrista? Forse era lui che aveva chiamato Erina? Che fosse lì per punirlo? Non sembrava, però, che avesse cattive intenzioni.
<< Mikaru.. Tu stai bene? >> domandò, guardandolo stranito. Non gli pareva che fosse proprio in ottima forma. Che stava succedendo a tutti?!
<< Io.. Che succede? >> domandò piano, portandosi una mano alla tempia. Aveva pianto fino ad addormentarsi e avrebbe continuato volentieri a dormire fino al mattino seguente se il chitarrista biondo non lo avesse svegliato. << Scusa ma non sto affatto bene >> sbottò, prima che l'altro potesse rispondergli. Vide l'altro annuire e congedarsi, quindi si rimise, stavolta sotto le coperte, a dormire.
Kei chiuse la porta dietro di sé, appoggiandovisi e guardando il soffitto. Non poteva lasciarli da soli in quello stato, stavano entrambi male. Guardò l'ora e sospirò; a momenti sarebbe dovuto essere con Denka ma non poteva. Prese il cellulare e gli telefonò, ma trovò la segreteria.
Sospirò e decise di lasciargli un messaggio. << Denka, scusa, ma non posso venire, ho un altro impegno. Scusa ancora, a più tardi.. >> riattaccò, sospirando nuovamente e scendendo in salotto.Era ancora un po' presto per cenare, così decise di guardare la tv, in attesa.